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Presentazione degli Autori

Presentazione degli autori

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MARCO FRISINA - autore delle Musiche

Riportare l’immortale poema di Dante all’attenzione del grande pubblico è un “sogno” che coltivavo da almeno tre anni. Avevo pagine e pagine di appunti, ma anche tanti dubbi. Mi mancava una sintesi, poiché è impossibile rappresentare in un’opera teatrale della durata di due ore quello che accade nei cento canti danteschi, e riuscire a dare a quest’opera un taglio che fosse popolare ed elevato al tempo stesso. Occorreva scegliere gli episodi più importanti ed una chiave di lettura in grado di sintetizzare rispettosamente un poema “divino” nel senso vero del termine. E non è stato tanto difficile dare un abito sonoro alle parole del poeta – lasciate integre al 70 per cento, vista la loro musicalità connaturata –  quanto rendere comprensibili al grande pubblico certi snodi narrativi apparentemente in disaccordo con il palcoscenico.

Insieme a Gianmario Pagano, al quale mi lega da anni un rapporto di amicizia e collaborazione in campo artistico, abbiamo infine sintetizzato in una sceneggiatura il “cuore” della Commedia.

Sono stati scelti i brani più significativi, quelli che possono essere meglio compresi dalla gente perché entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Ogni personaggio che Dante incontra nel suo viaggio rappresenta l’uomo con i suoi diversi volti che mostrano la fragilità della condizione umana, ma nel contempo la sua grandezza: da Francesca a Ulisse, dal conte Ugolino a Pia de’ Tolomei, da Beatrice a San Bernardo, essi divengono l’espressione poetica dell’umanità dolente o gioiosa.

Nei due atti è descritto il viaggio di Dante alla ricerca dell’Amore, quell’Amore che muove l’universo e il cuore dell’uomo, quell’Amore che, tradito o frainteso, crea la sofferenza dei personaggi dell’Inferno, che strugge il cuore delle anime del Purgatorio che desiderano raggiungere il Cielo, che riempie di gioia le anime beate del Paradiso. L’interazione tra elementi tradizionali e moderni, nella suggestione della scenotecnica più avanzata, ha voluto riproporre una rilettura originale dell’Opera tradizionale.

Come accennato sopra, in Dante vi sono tanti stimoli musicali, e certe scelte di genere le “suggerisce” lui stesso descrivendo in più punti della Commedia i canti e i suoni uditi nel corso del suo viaggio ultraterreno. Leggendo i suoi versi sembra già di respirare la musica che il poeta ci ha messo dentro.
La tradizione che ho seguito è volutamente quella italiana: ne ripropone la struttura, ma nello stesso tempo si esprime con i vari linguaggi della musica di oggi compreso il rock, che si addice  a scene molto forti. Ho messo la musica e i suoni del rock ad esprimere quella lacerazione, quella drammaticità e quella ribellione profonda che essi sono capaci di evocare e che mi sono parsi, quindi, adatti per dare suono alla Città di Dite.
Il sarcasmo crudele di Caronte viene rappresentato da suoni grotteschi: è il “Guai a voi, anime prave!” che tuona contro i dannati spensierati che non pensano al peso delle loro azioni. Francesca canta un’aria che riprende le melodie belliniane: romantica e struggente al contempo.
L’episodio di Pier delle Vigne sembra quasi un blues; quello di Ulisse ha i sapori dell’epica. A Ugolino – simbolo dell’angoscia umana – ho invece riservato un trattamento atonale, tutto novecentesco. Il secondo atto e il terzo atto, incentrati rispettivamente sul Purgatorio e sul Paradiso, sono inizialmente pervasi da una melodia gregoriana poiché il Purgatorio – nell’opera così come nell’originale poema – è il luogo della preghiera e della purificazione.

L’incipit del Purgatorio è, però, una seconda “Aria di Dante” che, libero dall’abisso dell’Inferno e dal suo personale Inferno interiore, canta la speranza ritrovata e il desiderio di continuare a salire la grande Montagna in cima alla quale Beatrice lo attende.
Nella seconda parte dello spettacolo la musica non descrive più le passioni sfrenate e la disperazione delle anime dannate, ma esprime il desiderio di Assoluto, la nostalgia, lo struggimento che tale ritroviamo nell’aria di Pia de’ Tolomei, episodio che Dante descrive stupendamente.

Il Paradiso è stato più difficile da descrivere musicalmente. Se l’Inferno è drammatico, cupo e a tratti grottesco, il Paradiso è il luogo dell’amore: le melodie sono improntate su questo sentimento e sulla beatitudine che ogni “abitante” canta in maniera diversa. Qui ho scritto musica di più ampio respiro, poiché la descrizione dell’amore presuppone linguaggi diversi, che spaziano dal lirismo al sinfonico.
È qui che troviamo l’ “Aria di Beatrice”, dove la melodia diventa sublime. Ella, infatti, dopo aver rimproverato Dante che aveva rinnegato l’Amore, a seguito del suo pentimento, lo accompagna verso la visione di quella Bellezza che supera ogni esperienza sensibile.
A loro si uniscono poi Piccarda e Tommaso d’Aquino e, in seguito, tutti i beati esprimono la loro gioia sulle note di una danza.
Tutto questo vede il suo trionfo nel “Vergine Madre”, grande concertato finale con tredici voci che cantano la bellezza dell’Amore che muove ogni cosa, quell’Amore che è la risposta a tutte le domande di ogni uomo.



GIANMARIO PAGANO - autore del Libretto

Inscrivere lo straordinario, vasto e complesso poema di Dante nelle misure necessariamente raccolte di un’opera musicale è un’impresa che “fa tremar le vene e i polsi”. Inutile nasconderlo, il tentativo ha un po’ il sapore di una profanazione. Non si può comprimere ciò che è grandioso, “divino”, in una dimensione più modesta e accessibile, come non si può riversare il mare in una buca. Un confronto diretto con la vetta più luminosa della letteratura italiana è semplicemente disperato. Forse, allora, senza peccare di presunzione, “convien tenere altro viaggio” e ricorrere a qualche espediente, con la fiducia che l’arte è sempre capace di produrre altra arte. L’ingegno umano ha ricevuto il dono di poter indicare, usare simboli, evocare universi con la potenza della parola, della rappresentazione e della finzione. Come fa il cartografo, quando dipinge di blu una parte del suo disegno e la chiama “mare”. Come fa un poeta, quando indica una rosa e dice che nello stesso modo è fatto il Paradiso.

Dante Alighieri ha voluto raccontare in cento canti il dramma intero dell’esistenza con tutti i suoi principali attori: l’uomo, l’universo, Dio. Un dramma, secondo la tradizione cristiana, a lieto fine, e perciò intitolato “Commedia”. Solo il coraggio della poesia poteva avere la pretesa di nascondere tutte le cose e il loro fine segreto, ripiegandoli tra le pagine di un libro. Nessuno poteva assicurare a Dante la riuscita, ma l’arte legittimava già in partenza la sua avventura. Uno straordinario talento, una fantasia illimitata, un’immensa ispirazione e un’intelligenza superiore nutrita da una sterminata cultura, hanno fatto il resto.
Non più che nani sulle spalle del gigante, gli autori di questi tre atti hanno osato intitolare “Divina Commedia”, secondo la classica dicitura del Boccaccio, un’opera artistica che, fatte le dovute proporzioni e seguendo le regole proprie di una particolare forma di spettacolo, vuole omaggiare l’immensa opera dantesca, evocandone versi, ambientazioni, emozioni, contenuti. Nello stesso tempo non si nasconde, però, l’aspirazione, degna dei Titani, di offrire al grande pubblico una lettura essenziale, un rapido colpo d’occhio “sinottico” sull’insieme del percorso che va dallo smarrimento di Dante nella selva oscura fino all’anticipo della visione beatifica. Il “trucco”, passi l’espressione, è stato quello di sfruttare, oltre al dono della parola, quello della musica, della danza, della pittura, fusi insieme in quella speciale magia del teatro che rende possibile anche l’impossibile.

Per tentare una sintesi di questa portata, era necessario individuare una chiave di lettura per leggere il testo originale nel suo insieme e cercare di abbracciarlo come un movimento unico. La cifra più importante di una storia, il suo significato, quasi sempre si rivela nel suo finale, perciò Dante stesso offre questa chiave mostrando il punto d’arrivo di tutto il suo pellegrinaggio oltre la vita: l’Amore, “Amor che move il sole e l’altre stelle”.
La cultura popolare dantesca, che nasce in Italia soprattutto sui banchi di scuola, per quanto preziosa e insostituibile, soffre suo malgrado di una certa frammentarietà. Nei programmi scolastici, inevitabilmente, la lettura di Dante è distribuita su un arco di tempo di svariati anni, ed è basata su un approccio antologico. È come guardare un film col dito sul tasto dell’avanti veloce, soffermandosi solo di tanto in tanto. Il risultato è che, grazie all’amore e alla dedizione di tanti insegnanti, molti conoscono le passione travolgente di Francesca, l’irrefrenabile spirito di ricerca di Ulisse, la scioccante disperazione del conte Ugolino ma, nonostante tutto, pochi sanno collocare questi personaggi in un quadro più ampio e spiegare perché Dante li incontri e cosa impari da loro nel suo percorso. È stato detto, giustamente, che si è pronti a leggere la Divina Commedia solo quando si è appena finito di leggerla. Una volta percepito l’insieme, si è finalmente pronti per comprendere i dettagli e tutto assume una chiarezza maggiore.

“La gloria di Colui che tutto move”, l’Amore che muove ogni cosa, trino, unico e indivisibile, che abita al di là dell’Universo e che nello stesso tempo tutto lo avvolge e comprende, è la vera chiave di lettura della Divina Commedia. Alla luce di quel “Primo Amore”, che ha creato anche l’Inferno, come ricordano le frasi scolpite sulla sua spaventosa porta, ogni realtà, buona o cattiva, tutto l’universo creato e persino l’Inferno, ha un senso. Alla luce di quell’Amore si avverte la forza ascensionale della salita del monte del Purgatorio e, immersi in quell’Amore eterno e vivificante, si riesce a non rimanere abbagliati e annientati dalla gioia incandescente del Paradiso. Ma, soprattutto, l’Amore che tutto muove aiuta a cogliere l’unico movimento che davvero conta, quello interiore, umano, che manifesta la misteriosa capacità donata all’uomo di poter amare e che lo rende l’essere più somigliante a Dio. Per Dante, prima ancora che l’intelligenza, l’immagine divina impressa nell’anima dell’uomo è la sua capacità di donare e ricevere amore. E amare significa orientare la propria libertà, avere la possibilità di dirigere la propria volontà, poter decidere a cosa far aderire l’anima. E l’anima, infine, diventa simile a ciò cui si unisce. “Dove è il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore”. Dove è il tuo cuore, lì sarà il tuo destino in questa vita e, se credi nell’eternità, anche oltre. Questa è l’universalità di un messaggio, capace di affascinare e commuovere al di là di ogni convinzione religiosa.