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Guida allo Spettacolo

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Inscrivere lo straordinario, vasto e complesso poema di Dante nelle misure necessariamente raccolte di un’opera musicale è un’impresa che “fa tremar le vene e i polsi”.

Inutile nasconderlo, il tentativo ha un po’ il sapore di una profanazione. Non si può comprimere ciò che è grandioso, “divino”, in una dimensione più modesta e accessibile, come non si può riversare il mare in una buca. Un confronto diretto con la vetta più luminosa della letteratura italiana è semplicemente disperato. Forse, allora, senza peccare di presunzione, “convien tenere altro viaggio” e ricorrere a qualche espediente, con la fiducia che l’arte è sempre capace di produrre altra arte. L’ingegno umano ha ricevuto il dono di poter indicare, usare simboli, evocare universi con la potenza della parola, della rappresentazione e della finzione. Come fa il cartografo, quando dipinge di blu una parte del suo disegno e la chiama “mare”. Come fa un poeta, quando indica una rosa e dice che nello stesso modo è fatto il paradiso.

Dante Alighieri ha voluto raccontare in cento cantiche il dramma intero dell’esistenza, con tutti i suoi principali attori: l’uomo, l’universo, Dio. Un dramma, secondo la tradizione cristiana, a lieto fine, e perciò intitolato “Commedia”. Solo il coraggio della poesia poteva avere la pretesa di nascondere tutte le cose e il loro fine segreto, ripiegandoli tra le pagine di un libro. Nessuno poteva assicurare a Dante la riuscita, ma l’arte legittimava già in partenza la sua avventura. Uno straordinario talento, una fantasia illimitata, un’immensa ispirazione e un’intelligenza superiore nutrita da una sterminata cultura, hanno fatto il resto.

Non più che nani sulle spalle del gigante, gli autori di questi due atti hanno osato intitolare “Divina Commedia”, secondo la classica dicitura del Boccaccio, un’opera artistica che, fatte le dovute proporzioni e seguendo le regole proprie di una particolare forma di spettacolo, vuole omaggiare l’immensa opera dantesca, evocandone versi, ambientazioni, emozioni, contenuti. Nello stesso tempo non si nasconde però l’aspirazione, degna dei Titani, di offrire al grande pubblico una lettura essenziale, un rapido colpo d’occhio “sinottico” sull’insieme del percorso che va dallo smarrimento di Dante nella selva oscura fino all’anticipo della visione beatifica. Il “trucco”, passi l’espressione, è stato quello di sfruttare, oltre al dono della parola, quello della musica, della danza, della pittura, fusi insieme in quella speciale magia del teatro che rende possibile anche l’impossibile.

Per tentare una sintesi di questa portata, era necessario individuare una chiave di lettura per leggere il testo originale nel suo insieme, e cercare di abbracciarlo come un movimento unico. La cifra più importante di una storia, il suo significato, quasi sempre si rivela nel suo finale, perciò Dante stesso offre questa chiave mostrando il punto d’arrivo di tutto il suo pellegrinaggio oltre la vita: l’Amore, “amor che move il sole e l’altre stelle”.

La cultura popolare dantesca, che nasce in Italia soprattutto sui banchi di scuola, per quanto preziosa e insostituibile, soffre suo malgrado di una certa frammentarietà. Nei programmi scolastici, inevitabilmente, la lettura di Dante è distribuita su un arco di tempo di svariati anni, ed è basata su un approccio antologico. E’ come guardare un film col dito sul tasto dell’avanti veloce, soffermandosi solo di tanto in tanto. Il risultato è che, grazie all’amore e alla dedizione di tanti insegnanti, molti conoscono le passione travolgente di Francesca, l’irrefrenabile spirito di ricerca di Ulisse, la scioccante disperazione del conte Ugolino, ma, nonostante tutto, pochi sanno collocare questi personaggi in un quadro più ampio e spiegare perché Dante li incontri e cosa impari da loro nel suo percorso. E’ stato detto, giustamente, che si è pronti a leggere la Divina Commedia solo quando si è appena finito di leggerla. Una volta percepito l’insieme, si è finalmente pronti per comprendere i dettagli e tutto assume una chiarezza maggiore.

La gloria di Colui che tutto move”, l’Amore che muove ogni cosa, trino, unico e indivisibile, che abita al di là dell’Universo e che nello stesso tempo tutto lo avvolge e comprende, è la vera chiave di lettura della Divina Commedia. Alla luce di quel “Primo Amore”, che ha creato anche l’Inferno, come ricordano le frasi scolpite sulla sua spaventosa porta, ogni realtà, buona o cattiva, tutto l’universo creato, e persino l’Inferno, ha un senso. Alla luce di quell’Amore si avverte la forza ascensionale della salita del monte del Purgatorio e, immersi in quell’Amore eterno e vivificante, si riesce a non rimanere abbagliati e annientati dalla gioia incandescente del Paradiso. Ma, soprattutto, l’Amore che tutto muove aiuta a cogliere l’unico movimento che davvero conta, quello interiore, umano, che manifesta la misteriosa capacità donata all’uomo di poter amare e che lo rende l’essere più somigliante a Dio. Per Dante, prima ancora che l’intelligenza, l’immagine divina impressa nell’anima dell’uomo è la sua capacità di donare e ricevere amore. E amare significa orientare la propria libertà, avere la possibilità di dirigere la propria volontà, poter decidere a cosa far aderire l’anima. E l’anima, infine, diventa simile a ciò cui si unisce. “Dove è il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore”. Dove è il tuo cuore, lì sarà il tuo destino, in questa vita e, se credi nell’eternità, anche oltre. Questa è l’universalità di un messaggio, capace di affascinare e commuovere al di là di ogni convinzione.